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C’era una volta Google AdWords, una piattaforma pubblicitaria rivoluzionaria che non vendeva più spazi pubblicitari come i media tradizionali, ma parole chiave. Tutto l’ecosistema ruotava attorno alle parole (“words” in AdWords non era casuale) e Google iniziò finalmente a capitalizzare il valore generato dall’infinita mole di ricerche degli utenti mettendo all’asta per piccoli e grandi inserzionisti spazi pubblicitari nei risultati di ricerca.
Se partiamo da questo presupposto storico è difficile immaginare un mondo dell’advertising Google che sia keywordless. Invece, con un lento e graduale processo, iniziato ormai da un decennio e che ha visto anche AdWords cambiare nome in Google Ads, è proprio quel che sta succedendo oggi.
Si tratta di una rivoluzione silenziosa, cominciata lentamente e poi decollata in fretta con l’avvento dell’AI generativa. Il cambio di paradigma non è cosa da poco per gli specialisti del settore, il punto di forza di Google Ads è stato per anni legato al controllo e alla precisione chirurgica degli investimenti in advertising. La parola chiave è stata per lungo tempo il nucleo strategico intorno al quale si è costruita la fiducia degli inserzionisti in Google Ads.
Oggi l’AI e Google stanno cambiando le regole del gioco ed è probabile che chi manterrà un approccio “vecchio stampo” alla piattaforma rimarrà indietro rispetto a chi saprà trarre beneficio dai cambiamenti in corso.
Il machine learning è entrato a far parte in modo importante della piattaforma, il controllo umano è stato sacrificato in nome della maggior capacità delle macchine di gestire grandi quantità di dati. Ogni anno ci sono stati aggiornamenti che hanno portato gli specialisti a intuire che prima o poi le parole chiave avrebbero perso centralità. Elenchiamo alcuni dei principali indizi:
Verrebbe da chiedersi quale sia la direzione che sta prendendo Google e come riuscire a trarne vantaggio senza rimanere intrappolati in logiche che prima funzionavano, ma oggi non funzionano più. Proviamo a scavare in questa rivoluzione AI che sta travolgendo il mondo della pubblicità su Google Ads (e non solo) partendo da alcuni presupposti fondamentali:


Nei primi anni dei motori di ricerca le parole chiave rappresentavano in modo inequivocabile un’esigenza specifica che, con la giusta bid e la giusta offerta, poteva essere soddisfatta dall’inserzionista con un annuncio che portasse l’utente a una destinazione (tipicamente una landing page, un e-commerce, una chiamata, un negozio fisico, …).
In questa nuova era Keywordless la query di ricerca diventa uno dei numerosi segnali che Google utilizza per comprendere le necessità e i bisogni dell’utente. Il focus si sposta dall’abbinamento esatto delle query alla predizione dell’intento. Google, attraverso i dati, prova a capire le persone e le loro esigenze per servire proattivamente gli annunci giusti al momento giusto.
Questo cambiamento nel 2025 non ci sorprende. Google ha iniziato da anni a modificare le corrispondenze delle parole chiave. La corrispondenza [esatta] oggi sembra la corrispondenza generica (broad) di 5 anni fa. Le varianti simili lasciano alla piattaforma ampio margine di manovra per decidere quando mostrare un annuncio. La broad match modificata, corrispondenza in passato molto valida e amata dagli inserzionisti, è stata eliminata in favore delle più libere varianti simili “close match”. Le parole chiave negative rimangono l’unica arma a disposizione per arginare eventuali derive fuori tema nelle campagne, ma il loro utilizzo non è semplice, visti i limiti del rapporto sui termini di ricerca che mostra una piccola percentuale di tutte le query che hanno attivato gli annunci.
Il cambiamento non riguarda solo le parole chiave in senso stretto, ma coinvolge l’intera triade fondamentale delle componenti della ricerca Google Ads: parola chiave, annuncio, landing page.
I Responsive Search Ads (RSA) sono già diventati lo standard delle campagne su rete di ricerca e il loro approccio con numero elevato di varianti di titoli e descrizioni punta a coinvolgere l’utente sfruttando le risorse di Google per associare combinazioni di titoli e descrizioni più adatte all’intento espresso da ciascun utente.
La pagina di destinazione era il terzo e fondamentale elemento, con un peso specifico importante anche nel punteggio di qualità. Prima, l’inserzionista doveva sceglierla con cura e fare in modo che i contenuti rispondessero all’esigenza espressa nella query. Oggi, nel nuovo approccio, Google sta provando a prendere maggiore libertà nel decidere quali URL finali possono soddisfare meglio ciascuna ricerca dell’utente. Perciò, punta sulla dinamicità delle Final URL Expansion. Le landing page diventano fonti per l’AI di dati utilizzati nell’ottimizzazione degli asset per generare dinamicamente e personalizzare annunci modellati sull’intento di ricerca dell’utente.
Questi cambiamenti essenziali prendono la loro forma definitiva nel lancio delle funzionalità AI Max. Occorre però prestare attenzione quando si parla di AI Max, perché non parliamo di una nuova tipologia di campagna (almeno per ora), ma di un vero e proprio pacchetto di funzionalità di targeting e ottimizzazione creativa, basate sull’AI di Google, che si possono integrare nelle campagne Search. Le funzioni chiave sono due:
Non tutte le funzioni delle AI Max devono essere attivate in contemporanea. Si tratta però di un pacchetto di novità sul quale Google sta scommettendo molto, un po’ come avvenuto con le campagne Performance Max negli ultimi anni.
In articoli ufficiali rilasciati poco dopo il lancio in beta, Google parlava di crescita del 14% per numero di conversioni a parità di CPA/ROAS, fino addirittura a un 27% nei casi di campagne in cui si partisse da corrispondenze “esatte” o “a frase”. Occorre prestare molta attenzione a questi dati perché sono ovviamente stati scelti con cura per incentivare gli inserzionisti a provare queste nuove funzioni. L’oste Google dice che il vino AI Max è buonissimo, ma è evidente il suo interesse nel vendere il nuovo prodotto.
Nei prossimi capitoli proveremo dunque a capire quali sono i vantaggi e gli svantaggi dell’approccio keywordless con adozione di AI Max, provando anche a inquadrare il ruolo degli advertiser moderni in questo mondo complesso in continuo divenire.
La rivoluzione keywordless orientata a un approccio AI-based della pubblicità su Google ha sicuramente alcuni potenziali vantaggi e offre opportunità ad aziende e inserzionisti. Tra i vantaggi più significativi troviamo:


Dal punto di vista teorico è innegabile che questi vantaggi siano qualcosa di incredibilmente utile per gli inserzionisti. La realtà però potrebbe essere molto più complessa di così e i desideri di Google non sempre coincidono con quelli degli inserzionisti, come vedremo nel capitolo successivo. L’obiettivo e la via sono chiari e idealmente validi: con l’AI e un approccio meno keyword-centrico si vuole portare un’esperienza utente fluida, coerente e ad alto tasso di conversione, con un approccio dinamico basato sull’intento.
Tra i vantaggi inaspettati troviamo anche la presenza di opzioni di controllo e una certa trasparenza crescente sui dati che rispetto all’approccio “black box” a cui ci aveva abituato Google. Ci sono opzioni di opt-in e opt-out dalle funzioni, quindi l’AI Max non è ha un approccio “all in”, si può affrontare in modo graduale e valutare a seconda delle specifiche esigenze dell’account e delle campagne. La reportistica sembra promettente, le opzioni che permettono di porre dei vincoli (es. Location of interest, Brand setting, URL inclusions/esclusions) offrono soluzioni più custom per aziende che non vogliono o non possono ampliare eccessivamente il target e le libertà di spesa da cedere all’AI.
Google porta i primi case study su questo approccio con dati sorprendenti, ma si tratta quasi sempre di grossi brand con approccio multinazionali e pochi limiti di budget. Il piccolo inserzionista o l’azienda con peculiarità specifiche negli annunci potrebbe trovare poco utile l’esempio di Beko Europe (+87% vendite grazie ad AI Max) o di L’Oréal (CPA ridotto del 31% grazie ad AI Max).
Non è tutto oro quel che luccica. Per i business più piccoli o per coloro che non sono preparati e strutturati per fornire tutti i dati necessari, le difficoltà possono emergere e l’AI Max potrebbe portare più danni che benefici.
Gli inserzionisti Google Ads che hanno qualche anno di esperienza ci sono passati quasi tutti. Viene lanciato un aggiornamento e il primo impulso ci porterebbe a rifiutare tutto e rimanere aggrappati alla nostra strategia perfetta. L’istinto ci dice che Google ci sta nascondendo dati e vuole solo farci spendere di più. Poi, dopo aver studiato, approfondito e testato, iniziamo ad adattarci. I tassi di adozione delle campagne Performance Max lo raccontano bene. Oggi l’uso dello smart bidding è capillare, così come accade per il broad match delle parole chiave.
Occorre prestare attenzione: spesso il rifiuto iniziale delle nuove campagne o delle nuove funzionalità di Google Ads ha perfettamente senso. Infatti, Google talvolta rilascia funzioni (non solo in beta) che non sono ancora ottimizzate e le aggiusta sulla pelle (e sul budget) degli inserzionisti early adopter. D’altro canto, questi temerari e fedeli inserzionisti che si buttano a capofitto nelle nuove funzionalità a volte traggono vantaggio proprio dall’adozione anticipata quando, in una seconda fase, l’aggiornamento viene forzato ed esteso a tutti.
La piattaforma oggi è meno trasparente e più automatizzata, il controllo si sposta dagli inserzionisti agli algoritmi. Non siamo più in un mercato online di parole chiave, ma su una rete pubblicitaria multimediale basata su segnali proprietari.
Google è un’azienda che ha come obiettivo principale il profitto e gran parte del suo profitto deriva dall’advertising. L’inserzionista, oggi più che mai, deve provare a cavalcare le innovazioni e trarne vantaggio piuttosto che contrastarle. Criticare e segnalare problematiche è giusto e importante, ma il banco vince sempre. Quindi, da partecipanti, l’unico modo per non perdere è trovare il modo di far convergere i propri interessi con quelli di Google e imparare a conoscere l’AI.
Dai feedback degli inserzionisti nascono le spinte in controtendenza con il recente passato che hanno portato e stanno portando a maggiore trasparenza. Come dicevamo nel capitolo precedente, le funzioni AI Max non sono un blocco unico dove devi prendere tutto e fidarti, si possono accendere e spegnere in modo selettivo. Stanno arrivando nuovi dati sulle performance degli asset (headline) degli annunci RSA e anche sulle specifiche landing page associate a ciascun termine di ricerca. L’inserzionista così, seppur con una visione limitata rispetto a Google, può iniziare a vederci più chiaro sul percorso che ha portato l’utente a convertire.
Come possiamo dunque definire una via per adattarsi a questo nuovo Google Ads keywordless?
Abbiamo visto nei capitoli precedenti come il panorama di Google Ads stia subendo una profonda e irreversibile trasformazione. L’orientamento sarà sempre più spinto verso l’automazione e l’integrazione pervasiva dell’AI. Non possiamo che porci dunque una domanda finale: quale sarà il ruolo del Google Ads specialist, un tempo incentrato sul controllo meticoloso e costante delle parole chiave?
Il nuovo paradigma richiede un cambio di prospettiva. Se pensiamo di competere con l’AI in un campo come quello dell’advertising fortemente correlato ai dati, stiamo perdendo in partenza. Non possiamo giocare contro l’intelligenza artificiale ma dobbiamo diventare capaci di collaborare con le nuove tecnologie e opportunità. Questo non vuol dire che dobbiamo dimenticarci i fondamentali della pubblicità su Google. Come ricorda sempre nei suoi post su LinkedIn Miles McNair, i fondamentali sono oggi più che mai importanti per comprendere il funzionamento di Google Ads e per sapersi adattare ai cambiamenti.
Per comprendere il ruolo dell’inserzionista moderno può tornare utile la suddivisione nei tre ruoli fondamentali dell’advertiser moderno, data da Frederick Vallaeys nei sui libri sull’argomento:
Dobbiamo passare dall’essere “cacciatori di parole chiave” a questo nuovo mindset da allenatori di AI, piloti e dottori. Non siamo più vincolati ad un controllo dettagliato e quotidiano, ma dobbiamo avere una visione chiara e lucida e saper leggere i dati e il mercato. Riassumendo la visione a tre ruoli in un’unica breve definizione possiamo descrivere il ruolo del professionista Google Ads nell’era keywordless come quello di supervisore strategico.
Accogliere questa transizione con il giusto approccio è oggi una reale necessità. Può diventare anche un’opportunità per sbloccare risultati nuovi e scalabili se troviamo il modo di lavorare con il sistema e non combatterlo. Questo nuovo mondo Google Ads senza parole chiave, basato sull’AI, è qui per restare e, come diceva il titolo di un bel libro sull’advertising di Patrick Gilbert le opzioni potrebbero presto essere soltanto due “Join or Die”, saltare a bordo o fallire.

